Viviamo nel mondo del “fare”. Mi spiego, quando si parla con qualcuno si tende a chiedergli cosa ha fatto. Cosa ha fatto in vacanza, cosa ha fatto nel weekend, cosa ha fatto al lavoro. E noi tendiamo ad identificarci con quel “fare”. Sono medico, sono impiegato, sono meccanico, sono uno sciatore, un tennista, un ciclista. Lo stesso vale per la famiglia, sono un marito, sono un padre, sono un nonno e via discorrendo. Si sta sbagliando tutto.
Se ci identifichiamo con ciò che facciamo si dimentica l’essere, cioè ciò che siamo noi. Tu non sei medico, impiegato, meccanico, FAI il medico, l’impiegato, il meccanico. Quando si va in pensione tutti che ti chiedono “poi cosa fai?”, ma perchè devo “fare”, finalmente posso “essere”, senza la costrizione di impersonarmi in qualcosa d’altro.
L’essere nella nostra civiltà occidentale è sempre messo da parte, conta poco. Prendiamo i famosi influencer, al di là di ciò che dicono e mostrano spesso dietro c’è il nulla, il vuoto assoluto. Vivono nell’apparenza ma non nella sostanza. A volte assistiamo a code interminabili per acquistare un Labubu o le mascotte delle olimpiadi, ci fiondiamo in negozio per avere l’ultimo iPhone, ma dietro cosa c’è? Usiamo gli oggetti per riempire un vuoto che abbiamo dentro di noi e non ci accorgiamo che quel vuoto è proprio ciò che siamo e a cui diamo poca importanza.
Tendiamo a riempire la nostra vita di oggetti invece di riempirla di emozioni, di esperienze, di sensazioni e tutto nasce dal “non essere”, dal mettere da parte ciò che si è per sostituirlo con ciò che si è fatto o ciò che si ha. Ho comprato il Labubu, la mascotte, l’iPhone, senza interrogarci sul perchè abbiamo sentito il bisogno di fare quell’acquisto che avremmo potuto evitare. Non ci bastiamo mai, vogliamo sempre di più perchè quel vuoto dentro di noi è come un buco nero e dopo pochi mesi dall’acquisto del nuovo iPhone già si pensa al prossimo.
Dobbiamo smettere di chiedere “cosa fai?” per sostituirlo con “chi sei?”. Lo so che è una domanda spiazzante e spesso non sappiamo rispondere, ma è assolutamente importante prendere coscienza del nostro essere piuttosto che del nostro avere. Viviamo in un mondo materialista, dove ciò che conta è l’apparenza, i vestiti firmati, l’auto nuova, la vacanza in posti esclusivi. Tutto molto bello, salvo poi essere assaliti dalla noia e per riempire quella noia acquistiamo abiti più nuovi, vacanze ancora più esclusive.
Lo so che non è facile capire e riempire quel “essere” che ci appare come un nemico, come qualcosa da accantonare e su cui non bisogna riflettere, invece è assolutamente fondamentale. Per capire l’essere dobbiamo estraniarci dagli altri, prendersi del tempo solo per sè stessi senza distrazioni. Non è necessario partire per il Tibet o frequentare santoni indiani, è sufficiente una passeggiata, una panchina in riva al mare o un sentiero che si snoda in un bosco. Cose semplici dove lasciare affiorare i pensieri e le consapevolezze, dove lasciare libere le emozioni, anche quelle negative.
Liberare la mente dal “fare” per permetterle di “essere” perchè quel nulla, la passeggiata, la contemplazione, l’ascolto delle onde è più importante di quanto si pensi, è fondamentale per non perderci nel vuoto del buco nero che abbiamo dentro, perchè quel nulla non è un “nulla” è l’essenza di ciò che siamo.

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…sai, mi ricorda un insieme di discorsi, molto simili alla filosofia degli Indiani,( che ho avuto la fortuna di conoscere ,da dietro le quinte però, frequentandoli e soggiornando nella loro riserva, mangiando e cacciando, vivendo nei tepee e tutto il resto…) : it blew my mind 😛
Onestamente ? Sum ergo cogito