Lo sciroppo
C’era un tempo quando ero piccolo che per ogni cosa avessi c’era uno sciroppo. Avevo la tosse giù lo scirppo, avevo la febbre altro sciroppo, avevo mal di gola ed ecco lo sciroppo, per tutto c’era uno sciroppo. Alcuni erano buoni, sapevano di fragola, di miele, di cicca (cioè chewingum, gomma da masticare), altri erano decisamente sgradevoli e quando mamma o nonna mi costringevano a prenderli facevo boccacce disgustate. Prendere lo sciroppo però significava anche stare a casa da scuola, me ne stavo col pigiama nel mio lettuccio, contento di non passare ore e ore seduto al banco a sentire maestre noiose a cui però volevo bene, perchè una volta alla maestra si voleva bene, me ne ricordo una, si chiamava Adalgisa, ogni tanto andavamo anche a casa sua perchè abitava vicino a me e lei ci accoglieva sempre col sorriso. Era dolce, brava ma non materna. Una volta le chiesi come si chiamasse il maschio dell’oca, non mi rispose, mi disse soltanto di pensarci. Al momento rimasi perplesso poi ci arrivai, Paperino! Si esatto Donald Duck.
Io Topolino lo prendevo tutte le settimane, avevo la collezione, ne possedevo due addirittura da collezionista, poi un giorno, anni dopo, i miei genitori decisero di sbarazzarsene, diedero via tutti i miei giornaletti perchè ormai ero grande e c’era bisogno di spazio. Non li perdonai mai. Non lo sapevano ma quella collezione aveva un valore economico, anche io non lo sapevo, però ci ero affezionato, lo scoprii qualche anno dopo che potevo ricavarci una sommetta.
Tornando allo sciroppo, la cosa funzionava così, mi svegliavo “Mamma, Papà, Nonna, Zia (chi c’era insomma) non sto bene mi fa male questo o quello”, l’adulto di turno allora apriva un pensile della cucina, tirava fuori la bottiglietta marrone scuro, un cucchiaio e poi giù in gola, dopo averlo ingurgitato subito a letto altrimenti prendevo freddo. Questa del freddo era una costante, anche se era estate dovevo andarmene a letto per non prendere freddo. Poi c’era il rito del termometro, che all’epoca erano al mercurio. Lui, il termometro, era messo lì nel solito pensile, accanto agli sciroppi, l’adulto lo prendeva e lo sbatteva o lo faceva girare vorticosamente, dipende chi c’era in quel momento e poi zac, sotto l’ascella per cinque minuti. Scaduto il tempo, ed erano fiscali, non sgarravano di un secondo, ecco il responso, 38 di febbre, oppure 37, ma la paura più grande era il 36 perchè avrebbe significato l’indomani il ritorno a scuola.
Avere la febbre mi rendeva felice come una Pasqua, anche se stavo male, così mi rannicchiavo sotto le coperte a dormire, dormivo per tutta la mattina, poi a mezzogiorno arrivava la nota dolente, il brodino, che io non ho mai sopportato e non lo sopporto ancora adesso, mentre la sera invece la pastina, altro odio viscerale. Mangiavo controvoglia con mamma, o chi per essa, che mi diceva che faceva bene e che dovevo finirla tutta. Uno strazio, una tortura, ma era il prezzo da pagare per restare a casa.
I giorni da malato passavano lenti, ma comunque sempre troppo veloci e quando arrivava il momento di tornare a scuola avrei voluto ammalarmi di nuovo. Comunque anche se la scuola non mi piaceva, bigiai una sola volta. Quel giorno c’era un compito in classe ma io non avevo studiato, così finsi di andare a scuola, all’epoca ci andavamo da soli non come adesso che ti ci portano anche se sei alto un metro e ottanta, arrivai quasi fino all’edificio, poi tornai a casa dicendo che la maestra non c’era e quel giorno non facevano lezione. Non so se mamma mi credette oppure no, fatto sta che mi tenne a casa, ma il pomeriggio ecco che arriva una mia amica che abitava nel palazzo di fronte a chiedermi perchè non fossi andato a scuola. In quel momento la odiai, non fosse stato per lei il mio piano avrebbe funzionato, o almeno così credevo. Mamma fece finta di niente, le disse che non stavo bene ma che il giorno dopo sarei sicuramente tornato. Ciò che successe dopo non ve lo dico, ve lo lascio immaginare.
Non bigiai mai più. Le uniche assenze future furono alle superiori quando ormai maggiorenne a fine anno facevamo un po’ quello che volevamo, ad esempio non andavamo a lezione perchè passava il Giro d’Italia, oppure perchè studenti politicizzati si piazzavano all’ingresso dell’istituto con spranghe o catene per impedire che entrassimo perchè qualche fantomatico comitato studentesco aveva deciso che quel giorno era sciopero. Questa però è un’altra storia, credevamo nel sei politico, non per convinzione, ma perchè in questo modo potevamo non studiare, poi si cresce e si capisce che è una stronzata. E’ per questo che non me la prendo con chi quest’anno si è rifiutato di fare gli orali, sono le cavolate adolescenziali, quando sei adulto ma non troppo, poi passa il tempo, maturi e capisci l’inconsistenza di quell’idea. Ogni generazione ha la sua.
Tornando a me bambino, quando ero a casa malato prendevo i miei Topolino e me li rileggevo oppure mi mettevo a giocare, all’epoca internet neppure esisteva e non esistevano neppure i videogiochi, però c’era la tv dei ragazzi, mitica, fantastica, con i pupazzi animati della Fata Muccona, i telefilm dei Ragazzi di Padre Tobia, trasmissioni ideati per i più piccoli. Adesso trasmettono cartoni animati tutto il giorno, ma all’epoca la RAI (c’era solo quella) trasmetteva dalle cinque del pomeriggio in avanti cominciando proprio con trasmissioni per i bambini seguita da quella per i ragazzi e per ragazzi intendo quelli delle medie, poi iniziavano le trasmissioni per gli adulti e lì la cosa si faceva pesante perchè alle sette di sera, d’inverno quando tutto era già buio, ecco che arrivava Belfagor, mamma mia che paura. Anni dopo arrivarono le commediole americane tipo Amore in Soffitta, la storia di una giovane coppia con lui giovane architetto tormentato dai ricchi suoceri.
Quando ero piccolo però, abitando vicino al confine si prendeva la Televisione Svizzera, che per noi era una cosa strana, ma c’era un appuntamento fisso, la sera verso le sei, se ricordo bene, mandavano in onda Scacciapensieri, un cartone animato dietro l’altro, mentre il sabato all’uscita da scuola non potevamo perderci Le Comiche, quelle di Stanlio e Ollio, Buster Keaton, Charlie Chaplin, invece la domenica pomeriggio la RAI trasmetteva i cartoni animati di Hanna & Barbera, Tom e Jerry, Braccobaldo, l’orso Yoghi, Dixie e Pixie, Ernesto Sparalesto, Lupo de’ Lupis, Tatino e Tatone, gli Antenati, i Pronipoti, Svicolone, Wally Gator, Luca Tortuga, Magilla Gorilla e tanti altri. Poi c’era lui, il mitico Mr. Magoo che non era di Hanna & Barbera ma era un vero spasso.
Chissà i bambini di oggi cosa ricorderanno da grandi, Peppa Pig, Masha e l’Orso?
Non so se adesso quando i bambini si ammalano danno loro uno sciroppo oppure qualche anonima pastiglia di cui non si sente neppure il sapore, ma quegli sciroppi, così densi, che versavi con cura nel cucchiaio senza versane una sola goccia mi riportano al periodo della spensieratezza, della felicità, degli affetti di chi non c’è più.



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