Il risotto con l’ossobuco
Il risotto con l’osso buco è buono ma micidiale. Sono andato ad una sagra di paese in cui lo servivano, ogni sera un piatto diverso, e quella sera il risotto.
A me piace mangiare e dopo il risotto col buco mi sono scofanato due panini, patatine fritte, dolce. Però ero in buona compagnia perchè anche gli altri se la sono cavata con la forchetta, l’unica che dopo non ha preso niente è stata un’amica, che poi ha avuto effetti collaterali, in pratica ha passato il giorno dopo a consumare carta igienica.
Quando si mangiano cibi così grassi poi bisogna mangiarci dietro qualcosa che li assorba, altrimenti l’unto passa nell’intestino e fa l’effetto di dieci confezioni di Guttalax.
Il segreto è tutto lì, nel mangiare qualcosa dopo, anche se non si ha voglia.
I nostri nonni con cibi del genere mangiavano sempre il pane o comunque qualcosa di simile che aveva lo scopo di assorbire i grassi. I nostri nonni erano saggi e dovremmo imparare più da loro.
Comunque sia, è andata come è andata ed è stata una bella serata, perchè a queste feste di paese ci si diverte sempre, si ritrovano le nostre origini, quando sul desco cibi del genere c’erano solo la domenica o nelle occasioni speciali. Tempi perduti per sempre che rivivono pallidamente nelle sagre.
Certo manifestazioni del genere non si possono tenere in città, ce la vedete Piazza Gae Aulenti a Milano ad ospitare la Festa della Büsecca? Al limite in qualche parco, tipo Parco Sempione, ma volete mettere ritrovarvi in un prato e in un bosco a gustare pietanze ormai diventate una rarità ma che una volta erano comuni?
Perchè tutte queste cose buone necessitano di tempo e pazienza, due cose che oggi non si hanno più, presi come siamo dagli impegni. Vai a lavorare, torni a casa, ti fai una doccia e poi ti scapicolli a prendere il figlio a nuoto, la figlia a karate, il nipote all’allenamento, il nonno all’ambulatorio. Torni a casa sfinito e senza le forze per fare nulla. Una volta invece i figli giocavano nei campi e tornavano da soli all’ora di cena, i nonni trovavano un passaggio su un carretto del fattore di qualche campo più in là dopo aver bevuto un generoso bicchiere di vino. Non voglio fare il nostalgico anche perchè non lo sono, erano tempi duri, si cominciava a lavorare all’alba e si terminava al tramonto, non c’erano ferie, non c’erano pause caffè, ci si spaccava la schiena per portare a casa un po’ di frumento. Oggi la vita è più semplice per fortuna, abbiamo gli elettrodomestici, le auto, i cellulari eppure si è perso qualcosa, si è persa la spontaneità che c’era una volta, si è persa la consapevolezza che la vita bisogna anche godersela, non si può sempre correre senza mai fermarsi, dobbiamo riappropriarci del nostro tempo, imparare che se una cosa non si riesce a farla oggi la si fa domani e che non crolla il mondo.
Ricordate il bellissimo e struggente film “L’attimo fuggente” con l’impareggiabile Robin Williams? Ebbene era un film sulla poesia, ma anche sul saper cogliere l’attimo, sul carpe diem, cioè sul vivere ora, adesso, non dopo, non domani perchè sarebbe tardi, quell’attimo è già passato e non tornerà più. Le feste di paese ci ricordano proprio questo, cogliere l’attimo, afferrarlo e non lasciarlo fuggire, ritrovando noi stessi, le nostre origini, la nostra cultura quasi ormai dimenticata.
Oggi sappiamo citare Hemingway ma non conosciamo le parole delle canzoni popolane con le loro allusioni “dagala ben biondina, dagala ben biondà”, non serve un traduttore per capirne il significato oppure la Bella Gigogin o Lo Spazzacamino ” e dopo nove mesi è nato un bel bambino che somigliava tutto allo spazzacamino”. Poi i cantanti d’oggi pensano di essere trasgressivi per qualche spillo infilato in posti improbabili e qualche tatuaggio che ti fa venire voglia di strofinarli con spazzola e sapone finchè non vengono via, ma non sanno più alludere, non sanno far immaginare, per loro tutto deve essere spiattellato senza un minimo di ritegno perchè “cioè raga, diciamo le cose come stanno, scialla là bello zio” che ti viene voglia di tirargli due ceffoni, ma se lo fai chiamano il telefono azzurro perchè oggi il ceffone non va più di moda, è bandito dal manuale dell’educazione moderna col risultato che crescono smidollati, senza educazione e si esprimono come i nostri antenati australopitechi senza riuscire a formulare una sola frase comprensibile a tutti, compresa la nonna di ottant’anni.



Rispondi